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Diabete in Italia e nel mondo: numeri, cause e screening

Fabio Denuzzo · 29 Giugno 2026 · 7 min

Scarpine bianche da bambino accanto a una foglia verde su un tavolo luminoso, immagine serena legata alla prevenzione nei bambini

Il diabete è una di quelle cose di cui si parla tantissimo ma si conosce poco. Quanti siamo davvero? Da cosa viene? E perché proprio l'Italia ha deciso di andarlo a cercare nei bambini ancora sani, prima che dia sintomi? Mettiamo in fila i numeri e la storia, con calma, perché aiuta a capire qualcosa che ci riguarda da vicino.

Sono Fabio, convivo con il diabete di tipo 1 da quasi trent'anni. Non sono un medico: te lo racconto da persona che ci vive dentro ogni giorno, con i numeri veri alla mano e le fonti citate in fondo.

Quanti diabetici ci sono nel mondo e in Italia

Partiamo dal quadro grande. Secondo l'IDF Diabetes Atlas (l'atlante mondiale della Federazione Internazionale del Diabete), nel mondo vivono con il diabete circa 589 milioni di adulti tra i 20 e i 79 anni: vuol dire più o meno 1 adulto su 9. E la corsa non rallenta: la stima è di arrivare a 853 milioni entro il 2050. Un dato che colpisce ancora di più: circa 252 milioni di persone non sanno di averlo (quasi 1 su 4 è senza diagnosi).

In Italia i numeri sono altrettanto seri: le persone con diabete sono quasi 4 milioni (circa il 6-7% della popolazione, secondo l'Istituto Superiore di Sanità e l'Italian Barometer Diabetes Report). E anche qui c'è una quota che convive con la malattia senza saperlo.

Rappresentazione astratta e grafica di statistiche in salita, toni crema e verde

💡 Da sapere: oltre il 90% di tutti questi casi è diabete di tipo 2. Il tipo 1, quello con cui convivo io, è una fetta molto più piccola (intorno al 5-10%), ma è proprio quello al centro dello screening di cui parliamo tra poco.

Le cause: tipo 1 e tipo 2 non sono la stessa malattia

Qui sta uno dei malintesi più diffusi. "Diabete" è una parola sola, ma dietro ci sono malattie diverse, con cause diverse. Confonderle porta dritto ai luoghi comuni, e alle colpe ingiuste.

Diabete di tipo 1. È una malattia autoimmune: per un errore del sistema immunitario, il corpo attacca e distrugge le cellule del pancreas che producono insulina (l'ormone che fa entrare lo zucchero nelle cellule). Non è causato dallo zucchero mangiato, né dallo stile di vita, né da qualcosa che il bambino o i genitori hanno "sbagliato". C'è una predisposizione genetica e, probabilmente, dei fattori ambientali che fanno da innesco. Spesso compare da bambini o da giovani, ma può arrivare a qualsiasi età.

Diabete di tipo 2. Qui il meccanismo è diverso: il corpo diventa resistente all'insulina e col tempo non riesce più a produrne a sufficienza. Le cause sono un mix di predisposizione genetica e fattori legati alla vita (sovrappeso, sedentarietà, alimentazione, età). È il più diffuso, ed è quello su cui la prevenzione con lo stile di vita può incidere di più.

⚠️ Attenzione al mito più comune: "lo zucchero causa il diabete". Mangiare zuccheri non causa il diabete di tipo 1 (è autoimmune), e da solo non è "la" causa del tipo 2 (che è multifattoriale). È una semplificazione che fa danni, perché colpevolizza chi la malattia non l'ha cercata.

Lo screening nazionale italiano: cos'è e come funziona

E arriviamo alla parte che ci rende, davvero, un caso unico al mondo. Con la Legge 130/2023, l'Italia è diventata il primo Paese al mondo a prevedere, per legge, uno screening dell'intera popolazione pediatrica per individuare in anticipo il diabete di tipo 1 e la celiachia.

Cosa vuol dire "screening". Vuol dire andare a cercare i segni della malattia prima che dia sintomi, nei bambini sani. Nel diabete di tipo 1 questo è possibile perché, anni prima che la glicemia si alzi, nel sangue compaiono degli autoanticorpi: sono la "spia" che il processo autoimmune è già iniziato.

Come funziona, in pratica. Si fa un piccolo prelievo di sangue capillare (una goccia dal dito) nei bambini, in una fascia di età indicata dalla legge (da 1 a 17 anni). Il campione viene analizzato per cercare gli autoanticorpi del diabete di tipo 1 e della celiachia, più un paio di varianti genetiche legate alle due malattie. È un progetto promosso dall'Istituto Superiore di Sanità (il pilota si chiama D1CeScreen), che nella prima fase ha coinvolto oltre 5.000 bambini per testarne fattibilità e organizzazione.

Perché conta così tanto. Trovare il tipo 1 in anticipo cambia le cose in concreto:

✅ In sintesi pratica: lo screening non "previene" il tipo 1 (è autoimmune, non dipende dalle abitudini), ma permette di prenderlo in tempo, evitando l'esordio pericoloso e guadagnando opzioni.

Gli autoanticorpi: quali sono e cosa significa averli

Visto che sono il cuore dello screening, vale la pena capirli meglio. Gli autoanticorpi sono anticorpi che, invece di difenderti, si rivolgono per errore contro pezzi del tuo stesso pancreas. Nel diabete di tipo 1 i principali sono quattro:

Cercandoli tutti e quattro si individua circa il 98% dei casi in cui l'autoimmunità è già in corso. Per questo lo screening li misura.

Averli vuol dire avere una predisposizione, o di più? Qui c'è la distinzione che cambia tutto. Una cosa è la predisposizione genetica (i geni con cui nasci, che ti rendono più suscettibile ma da soli non bastano). Un'altra è avere già gli autoanticorpi: quello non è più "predisposizione", è il segno che il processo autoimmune è già partito. La malattia, in forma silenziosa e senza sintomi, è già cominciata.

E qui conta moltissimo il numero:

Proprio su questo si basa la stadiazione del tipo 1 (definita da JDRF, Endocrine Society e ADA):

Lo screening serve esattamente a trovare le persone nello Stadio 1 o 2, prima dei sintomi: è lì che si può seguire il bambino, evitare l'esordio in chetoacidosi e valutare le terapie che possono ritardare il passaggio allo Stadio 3.

💡 Da sapere: trovare gli autoanticorpi non è una condanna automatica, ma con due o più è un segnale serio da non ignorare. Non è qualcosa da gestire da soli: serve sempre il diabetologo, che decide controlli e tempi.

In sintesi

Fonti

Questo articolo ha scopo divulgativo e si basa su fonti affidabili e sull'esperienza personale di Fabio. Non sostituisce il parere del tuo medico o diabetologo: per la tua situazione specifica rivolgiti sempre a un professionista sanitario.